"Francesco e il re” di Zicarelli di scena nel Santuario di Paola. Il Sindaco Papasso e l’Assessore Oriolo: “semplicemente straordinari”.

Lunedì 22 maggio nella Sala convegni della Basilica Santuario di San Francesco da Paola è andato in scena il dramma “Francesco e il re” di Vincenzo Ziccarelli per la regia di Adriana Toman. Presenti anche il Sindaco di Cassano All’Ionio, Giovanni Papasso, e l’Assessore alle Politiche sociali, con delega al teatro, Alessandra Oriolo. Per i due amministratori della Città delle Terme la rappresentazione è stata di “livello altissimo” e gli attori: “semplicemente straordinari”.

 

Un testo forte che ci riporta nel passato con un’attualità sconcertante offrendo profondi spunti di riflessione etica a tutti, credenti e no. 

 

“Francesco e il re” del drammaturgo Ziccarelli non parla solo del Santo “Francesco” ma parla di quella malattia dalla quale non si guarisce: il potere. L’arroganza del potere che pretende di sconfiggere anche la morte. La cattiveria del potere che, ieri come oggi, soggioga i miseri, affamandoli e uccidendoli. Il testo è splendido perché racconta la storia infarcendola di poesia e, nel contempo, affronta problemi sociali e una seria e mai risolta questione etica e, quindi, filosofica. La questione etica (e non morale), posta al centro del dialogo fra Francesco e il re di Francia è una delle questioni fondamentali della filosofia non solo moderna: che cosa è bene e cosa è male? L’uomo è uno strumento o un obiettivo?

 

Il fascino e la grandezza del testo sta nel porre queste questioni di grande spessore all’attenzione del pubblico senza la pretesa di fornire risposte ma solo argomentazioni valide per una sana riflessione, qualsiasi sia il punto di vista, o il credo, dal quale si parte. 

 

Il “Francesco” di Zicarelli non impone diktat e non sciorina dogmi precostituiti ma imbocca il sentiero del libero arbitrio. C’è misticismo? Sì, ma si tratta di un misticismo consapevole capace di sollevare una domanda indiretta: la questione etica afferisce solo alla coscienza individuale oppure, essendo l’individuo parte fondante della società, si riversa amplificata nel mondo sociale?

 

I due protagonisti, Giovanni Turco e Marco Silani, rispettivamente nei panni di Francesco e di Re Luigi XI, sono non solo “straordinari”, come dicono il Sindaco Papasso e l’Assessore Oriolo, ma anche drammaticamente ed emotivamente coinvolti. Incarnano in pieno la paura, il dubbio, la disperazione e anche le certezze che motivano le nostre scelte di vita e dietro le quali finiamo per nasconderci. 

 

Lo spettacolo penetra e scorre veloce. Ricco di tensione, trascina lo spettatore in un vortice di pensieri. Difficile alla fine non ritrovarsi a fare i conti con la propria coscienza. Difficile non contestualizzare un dramma che, di per sé, è già contestualizzato.

 

Giovanni Turco, con quella dote rara che hanno solo gli attori consumati, colpisce per la sua capacità di trasfigurare. La sua espressione cambia a seconda dell’emozione che incarna. Rassicurante, aggressivo, compassionevole, dubbioso. Anche restando muto, al pubblico arriverebbe lo stesso ciò che vuole trasmettere. E così Giovanni diventa il tramite di una eterea trasmissione empatica fra il Santo e lo spettatore.  

 

E che dire di Marco Silani? Se ne resta letteralmente rapiti. Lui recita e intorno il mondo scompare. Lui veste i panni del re, e noi vediamo e ascoltiamo solo il re.  La passione tutta mediterranea, la tenacia tutta calabrese, costituiscono una base solida sulla quale l’artista ha costruito la sua carriera. L’intelligenza, la professionalità il rigore, la raffinatezza e la delicatezza d’animo, fanno di Silani un attore con la A maiuscola il cui talento resta indiscusso. 

 

Alessandra Chiarello, emoziona per l’identificazione con i suoi personaggi, per il realismo e per quella forza che solo le donne hanno. Lei è la donna calabrese che, disperata e affamata, chiede aiuto al Santo. Ed è sempre lei la dama di corte cinica e snob, pronta a uccidere il re. Camaleontica come solo una vera attrice sa essere, Alessandra è credibile in entrambi i ruoli.

 

Natale Filice interpreta egregiamente Papa Sisto IV. Antonio Conti, invece, veste i panni di Ferrante d'Aragona il re di Napoli che inorridì quando Francesco spezzò davanti a lui una moneta dalla quale uscì il sangue dei sudditi. Paolo Mauro lo troviamo nel ruolo del fido maggiordomo-ambasciatore Guynot De Bussieres, mentre Francesco Aiello è l’infido, e ipocrita, medico di corte Coitier.

 

Insomma bravi davvero tutti. Belle anche le musiche scelte per sottolineare i vari momenti, e splendidi i costumi di Manù e Roccanova.

 

Dietro tutto questo, ovviamente, deve esserci per forza un’ottima regia. C’è, ed è quella di Adriana Toman, una regia severa, essenziale e puntuale. Il ritmo serrato trasporta nelle onde, a tratti cullanti e a tratti tumultuose, di un dramma sostenuto dalle grandi capacità attoriali dei protagonisti, dalla grande professionalità della regista e, soprattutto, dalla grande sensibilità della donna Adriana Toman. 

 

“Francesco e il re”, un esempio di teatro alto in cui a farla da padrone è la professionalità vera, quella che non fa avvertire nemmeno la completa assenza di una qualsivoglia scenografia. Un Teatro con la “T” maiuscola che oltre a culturale, si può definire “civile”, sociale ed etico. Un Teatro che ancora esiste e “resiste” per fortuna. Godiamocelo appieno questo Teatro quando ci capita perché purtroppo, sempre più spesso, se ne sente la mancanza.

 

Eleonora Gitto

Giornalista - Webmaster

Staff Sindaco Gianni Papasso

 

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