Vivere Insieme a Cassano, i silenzi di Ibrahim e l'abbraccio del Sindaco

Quando negli anni cinquanta uscì Se questo è un uomo di Primo Levi, probabilmente la cosa che colpì di più non fu la Banalità del Male, quella di Hanna Harendt, ma l'Indifferenza, quella di Alberto Moravia.

 

L'uomo non esisteva in quanto tale. Esisteva un numero, e coloro che stavano intorno alla carne da macello numerata, stipata, addensata a migliaia in quelle stanze dei campi di concentramento, non avevano pensieri per loro, erano indifferenti. Il male vero è questo: l'indifferenza; lo spostare il pensiero in altra direzione, l'essere superiori; l'incapacità, o peggio, la non volontà di soffermarsi, di fermarsi a pensare cosa c'è dietro un uomo; cosa vive dietro un uomo, cos'è un uomo; se questo è un uomo.

 

A oltre settanta anni da quei momenti in cui un'ubriacatura collettiva mise da parte l'umanesimo, brandelli di pensiero, di quel pensiero inumano, si sono proiettati ancora nel futuro, e resistono all'aggressione blanda della civiltà.

 

Così, quando al Teatro Comunale di Cassano All'Ionio il 23 giugno dell'anno del signore 2017, il giovanissimo Ibrahim Konata ha tentato di prendere la parola, tutti si sono accorti che Primo Levi e Alberto Moravia hanno ancora ragione.

 

“Voi ci guardate solo da fuori, ma che ne sapete di noi...non sapete nulla di noi, come siamo arrivati, cosa abbiamo lasciato e quanto ci è costato…”

 

Fra il pubblico del teatro c'è commozione, ma la commozione è un sentimento semplice, ordinario; quello che fa paura è il silenzio, che è una condizione straordinaria, molto più densa: trasuda, molto più delle lacrime, l'errore, la colpa. Tutti stanno zitti perché Ibrahim non riesce più a parlare. In quel momento tutti hanno capito Ibrahim, e lo avrebbero capito pure se su quella maglietta non ci fosse stato scritto Io sono Italiano. Perché non c'è bisogno di essere italiano per farsi capire, per guardare in faccia quel ragazzo che, se gli leviamo la pelle scura, ha i tratti somatici così sorprendentemente simili a quelli dei nostri ragazzi.

 

Ibrahim è da due anni in Italia, da nove a Cassano, e per arrivare qua ne ha passate di tutti i colori.

 

Ma come lui ce ne sono tanti, troppi. La Costa d'Avorio è lontana, e lui, e gli altri, per arrivare fino da noi, non hanno preso l'aereo, la Jeep, l'autobus veloce e quant'altro. Hanno attraversato il deserto, hanno subito angherie e vessazioni di tutti i tipi, hanno attraversato un mare, hanno rischiato quotidianamente la vita. E, infatti, molti di loro non ce l'hanno fatta. Ma noi, cosa ne sappiamo di tutto questo? Cosa facciamo quando qualcuno in Parlamento con acrimonia vergognosa, ci dice che vengono qui e li ospitiamo in alberghi a 5 Stelle?

 

E' l'indifferenza che esiste e persiste, prima e anche dopo il convegno Vivere Insieme di Cassano All'Ionio.

 

Tuttavia c'è qualcuno che riesce invece a utilizzare bene gli strumenti della solidarietà e della comprensione. E sono le Onlus, le Associazioni che fanno dell'aiuto e della solidarietà una ragione di vita. Come la Cidis Onlus, che ha celebrato in questa occasione i suoi trenta anni di vita. E come tutte quelle altre realtà associative impegnate nei progetti SPRAR, che da tutta Italia sono arrivate per dare il loro contributo intriso di verità al convegno.

 

E come il Sindaco di Cassano, Gianni Papasso: “Ho il dovere di salutare e abbracciare tutti voi per essere qui. Di aver organizzato a Cassano queste due giornate all'insegna dell’accoglienza e dell’abbraccio verso questi fratelli che scappano dal loro Paese perché li c’è la guerra e la miseria e noi abbiamo il dovere di ospitarli. Quando un uomo una donna, un bambino, una donna, sale su un gommone lasciando i suoi affetti in cerca della terra promessa e molto spesso non arriva alla destinazione, o per giungere alla meta rischia la vita, significa che l’umanità non può restare distratta, non può farsi prendere dal populismo, bisogna aprire le braccia anche se siamo coscienti che anche qui non è facile, anche se qui c’è un disagio sociale fortissimo, sapendo che c’è una disoccupazione dilagante. Dobbiamo saper fare accoglienza perché il nostro deve essere un paese aperto. Un paese aperto che abbraccia e non che respinge. Per questo qui è nata Casa La Rocca, e appena c’è stata la possibilità di presentare un progetto SPRAR l’abbiamo fatto arrivando primi, sorpassando addirittura Torino”.

 

E' difficile qui da noi, ha ragione il Sindaco. Ma proviamo a pensare per una mezz'ora, ragionandone con gli altri, a com'è stato difficile, terribile, per disperazione abbandonare tutto, attraversare a piedi un deserto, oltrepassare un mare con un gommone, e infine non sapere nemmeno come andrà a finire. Come ha fatto Ibrahim, che ci ha regalato il suo e il nostro pianto, ma che ci ha donato soprattutto il silenzio.

 

Eleonora Gitto

Giornalista - Webmaster

Staff Sindaco Gianni Papasso

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